
Oggi vogliamo raccontarvi l’esperienza di LiberaTerra, un marchio che raggruppa varie cooperative che producono alimenti biologici sui terreni confiscati alle organizzazioni mafiose in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria.
Esperienza pilota è stata la coop Placido Rizzotto Libera Terra di San Giuseppe Jato partita nel 2001 con 155 ettari nell’Alto Belice Corleonese in collaborazione con il Consorzio di Comuni di Sviluppo e Legalità, una struttura amministrativa che è proprietaria dei terreni, ceduti a titolo gratuito alle coop e nata ad hoc tra i comuni dell'area dell'Alto Belice Corleonese.
In Puglia anno dopo anno si consolida l'impegno della cooperativa Terre di Puglia - Libera Terra volta a trarre la massima qualità dai vitigni di Negroamaro e Primitivo, che nel Salento trovano la loro massima vocazione e tipicità.
Parliamo di un’area in provincia di Brindisi che si estende lungo trentacinque ettari di vigneto in agro di San Pietro Vernotico e Torchiarolo, una volta appartenuti alla malavita pugliese. Dopo la confisca oggi testimoniano il segno concreto di un riscatto possibile, fatto di libertà, lavoro e ricerca dell'eccellenza.
Come avviene in Sicilia nel progetto Centopassi, Hiso Telaray è da oggi il nome dell'azienda vitivinicola pugliese della cooperativa Terre di Puglia - Libera Terra.
La potatura a cordone speronato con un numero minimo di gemme, rende armonica la pianta e garantisce uve di qualità e viti longeve con rese contenute di 60-45 ettolitri per ettaro, ben al di sotto dei limiti fissati dai disciplinari. Le uve sono selezionate nel mese di luglio per offrire il risultato ottimale al momento della vendemmia, quando saranno raccolte in cassette per essere trattate con la massima cura sino all'arrivo in cantina, dove nasceranno i vini Hiso Telaray.
Oggi si aggiunge alla gamma, a fianco del Negroamaro "Renata Fonte" Salento IGT, il Primitivo "Antò" Puglia IGT 2010, dedicato ad Antonio Montinaro, originario del paesino leccese di Calimera. Al servizio di scorta del giudice Giovanni Falcone, morì nella strage di Capaci il 23 maggio 1992 a soli 29 anni. Gli amici lo chiamavano allegramente "pesciolino".
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